Coaudiutore ad Almenno S. Bartolomeo (1929-1932)
Il 23 febbraio 1929 don Antonio viene ordinato sacerdote e dopo soli 3 giorni viene assegnato alla Parrocchhia di Almenno S. Bartolomeo. Vi giunge con la sorella Gesuina, di soli 12 anni, con il compito di fargli da domestica; il parroco fu colpito dalla giovane età di entrambi.
I rapporti con il parroco si preannunciarono subito difficili; egli era senz’altro molto autoritario e, a causa della differenza di età, aveva idee anche profondamente diverse da quelle di don Antonio. Fece fatica ad adattarsi, ma non assunse mai un atteggiamento di opposizione sia con l’interessato, sia pubblicamente, ma si sfogò nelle lettere al suo parroco di Premolo. Il parroco non lo appoggiò molto, ma comunque alla fine gli diede fiducia affidandogli saltuariamente alcuni dei suoi compiti.
Essendo il più giovane tra i sacerdoti, aveva il compito dell’assistenza agli infermi per cui percorreva a piedi i viottoli del paese che allora era molto disperso. Non mancava di annotare nel suo diario le impressioni derivanti dall’assistenza, in particolare ai moribondi, manifestando più volte la sua ammirazione per il modo di affrontare la morte.
All’inizio rimane sconcertato dai giovani che cercano in lui l’amicone delle scampagnate; lui è abituato ad una vita molto più sobria e ha metodi molto più spirituali. Come controffensiva investe sul Circolo Giovanile Cattolico di S. Luigi dal quale mira ad arrivare alla Azione Cattolica. Si butta con entusiasmo, ma, almeno all’inizio, non ha grandi riscontri. Dopo tentativi su tentativi sente che la volontà degli uomini è zavorrata da una pigrizia invincibile e si fa prendere dallo sconforto. Ma pur accusando l’amarezza delle delusioni non si scoraggia: sa che a lui non si domanda di vincere ma di combattere.
Mette un grande scrupolo nella preparazione delle lezioni per i giovani, ricorrendo ai migliori sussidi del tempo, caratterizzati, se non dalla profondità delle argomentazioni, da un linguaggio in grado di colpire la particolare sensibilità dei giovani. Il maggiore influsso era tuttavia esercitato dallo stesso don Antonio: la convinzione che mostrava nell’esposizione dei principi religiosi e morali proposti non lasciava indifferenti, tanto che la sua parola persuasiva era sostenuta dal luminoso esempio. Si sente molto vicino ai suoi giovani anche nel campo della castità: non essendo insensibile al fascino femminile si sforzò per mantenere un comportamento prudente accompagnato dalla vigilanza interiore per frenare i moti della fantasia. In questo fu di stimolo e di esempio ai suoi ragazzi, che vedevano in lui un modello da imitare.
In questo periodo si dedicò molto allo studio ed alla preghiera. Il breviario era l’occasione per un’immersione profonda in Dio, ricavandone il beneficio di una totale rigenerazione della mente e del cuore. Le testimonianze sono unanimi nel riconoscere lo zelo, la generosità, la carità verso i bisognosi, il carattere mite e paziente di don Antonio, che sapeva suscitare fiducia in tutti, senza che venisse meno il contegno necessario alla salvaguardia della dignità sacerdotale.
Insegnante in seminario(1932-1935)
Nell’autunno del 1932 viene richiamato velocemente in seminario con il compito di insegnante di lettere nella prima ginnasio.
Accettò volentieri questo incarico, approfondendo molto la sua preparazione e impegnandosi molto. testimonianze dicono che scriveva intere lezioni alla lavagna in modo che gli alunni non dovessero acquistare i libri scolastici.
Con la classe seppe raggiungere un affiatamento notevole, dovuto alla sua capacità di far amare la scuola e di ottenere il massimo dagli alunni con frequenti espressioni di incoraggiamento.
Con altri pochi professori aveva un approccio diverso dal normale metodo educativo ispirato ad un certo distacco tra alunni e superiori. L’insegnamento gli permetteva di esprimere le sue doti naturali di amicizia e disponibilità che gli consentiva di mettersi in piena sintonia con gli alunni.
Con i colleghi era amabile e gioviale, tanto che lo soprannominarono don Giovialino.
Grazie anche all’amicizia con altri giovani sacerdoti, i pochi anni del Seminario furono assai fecondi per la sua formazione culturale e pastorale.
Cappellano militare in Africa (1935-1937)
Cappellano di ospedale da campo in Etiopia con il grado di tenente (le foto lo ritraggono con la veste talare bianca o con la divisa da tenente)
Si trova a passare bruscamente dal seminario alla caserma, senza avere nessuna inclinazione per la vita militare. Lo assegnarono ad un ospedale da campo probabilmente perché che stessi superiori non lo ritenevano adatto ad accompagnare le truppe al fronte
Nonostante accetti con entusiasmo la chiamata del Vescovo, in realtà confidandosi con un amico soffrì molto.
Fa fatica ad ambientarsi ed accettare lo stile di vita totalmente privo di slanci spirituali, unicamente preoccupato del soddisfacimento degli istinti più bassi, senza rifuggire da atti di feroce prepotenza nei confronti delle popolazioni vinte.
Citazione dal diario – note di pag. 78 Zanchi
Di fronte a questo non venne meno il suo intenso spirito di preghiera. Anzi, di fronte alla diffusa insensibilità religiosa ed alla sistematica infrazione delle norme morali, la preghiera rappresentava spesso l’unica possibilità di testimoniare, oltre che la risorsa per vincere lo scoraggiamento ed alimentare la speranza.
La scarsa efficacia della sua parola, spesso inascoltata se non addirittura proibita, veniva così supplita dalla forza persuasiva che emanava dalla sua preghiera.
Citazione don Zambetti – pag. 84 Zanchi
A maggio del 1936 l’impresa italiana in Africa ufficialmente termina, tuttavia per problemi vari si prolunga la sua permanenza che gli causa però grande sconforto; ritiene di aver concluso con la guerra il suo compito (non essendosi dopo tutto presentato volontario). Manifesta questo sconforto nelle lettere al suo parroco di Premolo ed al Vescovo.
Finalmente gli arriva la notizia di essere stato assegnato come assistente diocesano dei giovani di AC che lo consola un po’, ma deve restare ancora qualche mese in Africa.
Fa tesoro dell’esperienza africana, nonostante l’abbia sofferta, ed il legame con la terra africana lo continuò nel suo operato con un vivo interessamento per il problema missionario.
Secondo quanto testimoniano alcuni confratelli, l’esperienza lo aiutò ad essere più coraggioso, facendogli acquisire maggiore disinvoltura e scioltezza nel contatto con i giovani.
pag. 92 Zanchi
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