venerdì 30 gennaio 2009

V Incontro

Mercoledì 11 febbraio alle ore 20.45
ci si vede a casa di Antonio e Chiara per il V incontro.

TEMA: Volti Quotidiani

domenica 25 gennaio 2009

Monsignor Francesco Beschi, nuovo vescovo di Bg

Monsignor Francesco Beschi, 57 anni, bresciano, è il nuovo vescovo di Bergamo. L'annuncio è stato dato a mezzogiorno del 22 gennaio in contemporanea a Bergamo e a Brescia dai vescovi Roberto Amadei e Luciano Monari. Monsignor Beschi, fino al 22 gennaio vescovo ausiliare e vicario generale di Brescia, succede a monsignor Amadei, che ha guidato la Diocesi di Bergamo per più di 17 anni (dal 21 novembre 1991) e che, nel febbraio del 2008, al compimento del 75esimo anno di età, aveva presentato le dimissioni a Benedetto XVI che ora le ha accolte. Fino all'ingresso del nuovo vescovo, monsignor Amadei continuerà a guidare la diocesi come amministratore apostolico. «Vengo a Bergamo - ha detto mons. Beschi - per servirvi tutti». Il Pontefice ha inoltre accolto le dimissioni, per raggiunti limiti di età, del vescovo ausiliare e vicario generale di Bergamo, monsignor Bortolo Lino Belotti. Monsignor Beschi è nato nato il 6 agosto 1951 a Brescia, dove ha trascorso tutta la sua vita e la sua attività di sacerdote e di vescovo. Primo di cinque fratelli, oltre agli studi teologici, è diplomato al Conservatorio per i corsi di violino e appassionato di arte e montagna. È vescovo dal 5 marzo 2003.

mercoledì 21 gennaio 2009

Don Antonio Seghezzi - Parte I

Sabato come promesso è stata presentata la prima parte della vita di Don Antonio Seghezzi. Per chi non era presente, di seguito trascrivo gli appunti di Chiara. Il racconto è stato diviso in tre momenti:

Coaudiutore ad Almenno S. Bartolomeo (1929-1932)
Il 23 febbraio 1929 don Antonio viene ordinato sacerdote e dopo soli 3 giorni viene assegnato alla Parrocchhia di Almenno S. Bartolomeo. Vi giunge con la sorella Gesuina, di soli 12 anni, con il compito di fargli da domestica; il parroco fu colpito dalla giovane età di entrambi.
I rapporti con il parroco si preannunciarono subito difficili; egli era senz’altro molto autoritario e, a causa della differenza di età, aveva idee anche profondamente diverse da quelle di don Antonio. Fece fatica ad adattarsi, ma non assunse mai un atteggiamento di opposizione sia con l’interessato, sia pubblicamente, ma si sfogò nelle lettere al suo parroco di Premolo. Il parroco non lo appoggiò molto, ma comunque alla fine gli diede fiducia affidandogli saltuariamente alcuni dei suoi compiti.
Essendo il più giovane tra i sacerdoti, aveva il compito dell’assistenza agli infermi per cui percorreva a piedi i viottoli del paese che allora era molto disperso. Non mancava di annotare nel suo diario le impressioni derivanti dall’assistenza, in particolare ai moribondi, manifestando più volte la sua ammirazione per il modo di affrontare la morte.
All’inizio rimane sconcertato dai giovani che cercano in lui l’amicone delle scampagnate; lui è abituato ad una vita molto più sobria e ha metodi molto più spirituali.  Come controffensiva investe sul Circolo Giovanile Cattolico di S. Luigi dal quale mira ad arrivare alla Azione Cattolica. Si butta con entusiasmo, ma, almeno all’inizio, non ha grandi riscontri. Dopo tentativi su tentativi sente che la volontà degli uomini è zavorrata da una pigrizia invincibile e si fa prendere dallo sconforto. Ma pur accusando l’amarezza delle delusioni non si scoraggia: sa che a lui non si domanda di vincere ma di combattere.
Mette un grande scrupolo nella preparazione delle lezioni per i giovani, ricorrendo ai migliori sussidi del tempo, caratterizzati, se non dalla profondità delle argomentazioni, da un linguaggio in grado di colpire la particolare sensibilità dei giovani. Il maggiore influsso era tuttavia esercitato dallo stesso don Antonio: la convinzione che mostrava nell’esposizione dei principi religiosi e morali proposti non lasciava indifferenti, tanto che la sua parola persuasiva era sostenuta dal luminoso esempio. Si sente molto vicino ai suoi giovani anche nel campo della castità: non essendo insensibile al fascino femminile si sforzò per mantenere un comportamento prudente accompagnato dalla vigilanza interiore per frenare i moti della fantasia. In questo fu di stimolo e di esempio ai suoi ragazzi, che vedevano in lui un modello da imitare.
In questo periodo si dedicò molto allo studio ed alla preghiera. Il breviario era l’occasione per un’immersione profonda in Dio, ricavandone il beneficio di una totale rigenerazione della mente e del cuore. Le testimonianze sono unanimi nel riconoscere lo zelo, la generosità, la carità verso i bisognosi, il carattere mite e paziente di don Antonio, che sapeva suscitare fiducia in tutti, senza che venisse meno il contegno necessario alla salvaguardia della dignità sacerdotale. 

Insegnante in seminario(1932-1935)
Nell’autunno del 1932 viene richiamato velocemente in seminario con il compito di insegnante di lettere nella prima ginnasio.
Accettò volentieri questo incarico, approfondendo molto la sua preparazione e impegnandosi molto. testimonianze dicono che scriveva intere lezioni alla lavagna in modo che gli alunni non dovessero  acquistare i libri scolastici.
Con la classe seppe raggiungere un affiatamento notevole, dovuto alla sua capacità di far amare la scuola e di ottenere il massimo dagli alunni con frequenti espressioni di incoraggiamento.
Con altri pochi professori aveva un approccio diverso dal normale metodo educativo ispirato ad un certo distacco tra alunni e superiori. L’insegnamento gli permetteva di esprimere le sue doti naturali di amicizia e disponibilità che gli consentiva di mettersi in piena sintonia con gli alunni.
Con i colleghi era amabile e gioviale, tanto che lo soprannominarono don Giovialino.
Grazie anche all’amicizia con altri giovani sacerdoti, i pochi anni del Seminario furono assai fecondi per la sua formazione culturale e pastorale. 

Cappellano militare in Africa (1935-1937)
Cappellano di ospedale da campo in Etiopia con il grado di tenente (le foto lo ritraggono con la veste talare bianca o con la divisa da tenente)
Si trova a passare bruscamente dal seminario alla caserma, senza avere nessuna inclinazione per la vita militare. Lo assegnarono ad un ospedale da campo probabilmente perché che stessi superiori non lo ritenevano adatto ad accompagnare le truppe al fronte
Nonostante accetti con entusiasmo la chiamata del Vescovo, in realtà confidandosi con un amico soffrì molto.
Fa fatica ad ambientarsi ed accettare lo stile di vita totalmente privo di slanci spirituali, unicamente preoccupato del soddisfacimento degli istinti più bassi, senza rifuggire da atti di feroce prepotenza nei confronti delle popolazioni vinte.
Citazione dal diario – note di pag. 78 Zanchi
Di fronte a questo non venne meno il suo intenso spirito di preghiera. Anzi, di fronte alla diffusa insensibilità religiosa ed alla sistematica infrazione delle norme morali, la preghiera rappresentava spesso l’unica possibilità di testimoniare, oltre che la risorsa per vincere lo scoraggiamento ed alimentare la speranza.
La scarsa efficacia della sua parola, spesso inascoltata se non addirittura proibita, veniva così supplita dalla forza persuasiva che emanava dalla sua preghiera.
Citazione don Zambetti – pag. 84 Zanchi
A maggio del 1936 l’impresa italiana in Africa ufficialmente termina, tuttavia per problemi vari si prolunga la sua permanenza che gli causa però grande sconforto; ritiene di aver concluso con la guerra il suo compito (non essendosi dopo tutto presentato volontario). Manifesta questo sconforto nelle lettere al suo parroco di Premolo ed al Vescovo.
Finalmente gli arriva la notizia di essere stato assegnato come assistente diocesano dei giovani di AC che lo consola un po’, ma deve restare ancora qualche mese in Africa.
Fa tesoro dell’esperienza africana, nonostante l’abbia sofferta, ed il legame con la terra africana lo continuò nel suo operato con un vivo interessamento per il problema missionario.
Secondo quanto testimoniano alcuni confratelli, l’esperienza lo aiutò ad essere più coraggioso, facendogli acquisire maggiore disinvoltura e scioltezza nel contatto con i giovani.
pag. 92 Zanchi 

giovedì 1 gennaio 2009

Notte di Natale - Omelia di Don Attilio

Visto l'interesse mediatico che ha suscitato in questi giorni, non poteva mancare anche sul nostro Blog il testo completo dell'omelia. Ne parleremo nel prossimo incontro (nei link trovate il collegamento agli articoli pubblicati sulle testate nazionali). A presto.

È la Notte Santa: abbiamo invocato, pregato, detto molte parole in questa Veglia. Parole che si riassumono nell’Unica Parola che ci viene consegnata dentro questa Notte: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» è quanto Giovanni racconta nel suo prologo. È una Parola molto attuale: è Cristo che si consegna, è Lui la Parola, ma nello stesso tempo 
consegna le sue parole, il suo Vangelo. È una Parola che continua a chiamare – non a partire da principi astratti o regole religiose a cui attenersi in modo formale – perché la Parola si fa Carne, nella carne di un Bambino. È un annuncio di gioia e di speranza che cambia radicalmente il nostro modo di porci davanti a Dio: non siamo noi a cercare Lui, ma è Lui che ci viene incontro, si fa uno di noi, si fa riconoscere dentro un corpo come il nostro. Ciascuno di noi viene da natali diversi: i natali della nostra infanzia non sono uguali a questo che stiamo celebrando. Forse per le giovani generazioni non è avvertita questa distanza temporale tra il passato e il presente; per noi di una certa età, che ci trovavamo dentro quell’unica stanza attorno alla lunga tavolata con tutta la famiglia al completo, a sospendere per un giorno i panni della ferialità povera per indossare l’abito della festa, era più facile comprendere che nulla poteva essere sprecato, ma ogni cosa riutilizzata e condivisa. Ma non vorrei questa sera aggiungermi ai molti che fanno prediche moraleggianti sul natale consumistico: sapete già da voi, e se siete qui questa sera è perché una scelta l’avete fatta, quella di sostare almeno per un attimo, lontano dalle luci colorate della città, per inginocchiarsi davanti al Bambino. Solo voi, solo ciascuno di voi, può sapere che tipo di risposta ha dato per questo Natale: se una risposta più o meno entusiasta rispetto ad ieri, se più o meno gioiosa, se più o meno accogliente. Certo, forse per qualcuno sarà un Natale con un vuoto in più, perché il marito, la moglie o il figlio se ne è appena andato, lasciandoci soli, avvertendo di più, in queste giornate di festa per gli altri, il vuoto che rimane tutto per noi e le ferite che fanno fatica a rimarginarsi. Una solitudine che è presa su di sé da questo Dio-Bambino che scegliendo di farsi carne prende su di sé tutta la nostra vita, tutti gli attimi della nostra esistenza: è un Dio che non rimane per sempre bambino, e, crescendo, da uomo affronta come noi, la sofferenza, il dolore e la morte. Non fugge di fronte all’abisso del vuoto e della solitudine, delle relazioni lacerate, delle morti quotidiane che ogni giorno sperimentiamo. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, e attraversa con noi da pellegrino, da ospite e da straniero, le vicende quotidiane di questa terra, per aprirci al dono della vita eterna. Una vita eterna che è un ritorno a Casa: quel Bambino ci consegna la strada per non perdere la meta, ci offre la possibilità di rimetterci tra le braccia del Padre, dell’unico Padre che prepara per tutti i popoli il banchetto del regno dei cieli. È la strada dell’Amore quella che il Dio che si fa Carne indica ad ogni uomo e ad ogni donna; e l’Amore non lascia mai fuori nessuno – anche se sceglie - non emargina, non rifiuta di accogliere, non dice di non avere tempo, non inventa scuse, non si nasconde dietro la paura del diverso da me. È per questo motivo che il nostro presepio quest’anno avrà la culla vuota: «Venne tra i suoi, e i suoi non lo riconobbero». È una provocazione per interrogare la nostra vita. Oggi è Natale, ma è davvero Natale per il mio cuore? Posso dire di essere capace di accogliere quel Bambino che viene dentro la povertà di una grotta, se non sono capace di accogliere ogni giorno chi bussa alla porta del mio cuore? La culla rimane vuota, per sottolineare la nostra responsabilità verso il mondo, il mondo che è nella guerra delle armi e il mondo che è nella guerra del benessere sprecone: nessuno può chiamarsi fuori, perché altrimenti paradossalmente Dio potrebbe rimanere l’eterno assente dalla mia vita nonostante le mie parole e i miei gesti siano imbevuti di religiosità. Il prologo di Giovanni che abbiamo fatto scendere dall’alto nel nostro presepio, scritto in greco secondo il testo originale, termina dicendo che «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato». E ce lo ha rivelato come colui che nella sua Misericordia sa accogliere sempre ogni uomo in qualunque momento della propria vita. È un Padre che sa accogliere i suoi figli, desidera tanto che i suoi figli s’accorgano di essere tra loro fratelli. Forse è proprio per questo che il giudizio del Padre Misericordioso in compagnia del Figlio Gesù e dello Spirito Santo, è un giudizio sull’amore come descritto da Matteo al capitolo 25: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». La culla rimane vuota, quest’anno nel nostro presepio, perché ciascuno di noi impari ad amare, perché solo chi ama incontra il Cristo. E allora preghiamo, perché questo Natale sia l’occasione per lasciarci cambiare lo sguardo sugli altri, perché possiamo prenderci cura di ogni uomo, di ogni fratello, perché in ogni altro abita il Cristo. Amen.